La cooperativa sociale OLTRE L’ARTE gestisce il circuito urbano delle Chiese Rupestri di Matera, Capitale Europea della Cultura 2019 e organizza visite guidate ai Sassi con guide specializzate e autorizzate.
Santa Maria de Idris, San Giovanni in Monterrone, Santa Lucia alle Malve, Casa Grotta, San Pietro Barisano, la Chiesa del Purgatorio, Chiesa di Materdomini, Basilica Cattedrale, Museo Diocesano, Palombaro, Casa Grotta, Vicinato a Pozzo: un patrimonio di  straordinario valore artistico che OLTRE L’ARTE propone ai turisti non solo in chiave storica, ma attraverso itinerari capaci di lasciare emergere il profondo senso di religiosità che abita la millenaria storia di questa città, Matera, detta anche “Civitas Mariae”.

OLTRE L’ARTE, grazie al contributo qualificato delle guide turistiche autorizzate, accompagna gli ospiti all’interno di una straordinaria esperienza culturale, che si immerge in una atmosfera di profondo raccoglimento, di preghiera, di estasi sospesa nel tempo e nello spazio, raccontando tutto questo ad una platea di turisti che includa anche le categorie sociali più deboli, talvolta discriminate dalla fruizione
delle bellezze storiche e naturali del Paese.

NARRAZIONI VIRTUALI

è un progetto audiovisivo “on demand”, con fruizione gratuita, pensato dalla coop. Oltre l’Arte per offrire  attraverso il web le bellezze di Matera, con immagini suggestive, accompagnate da un racconto storico puntuale e coinvolgente. Un racconto efficace e suggestivo dei luoghi, della storia, delle bellezze di Matera, per alimentare quel legame che pone la nostra città tra le mete culturali italiane più apprezzate. Uno strumento per accrescere la curiosità e il desiderio di visitare Matera.

BASILICA CATTEDRALE

Invariato: “Era l’anno 1270 quando fu compiuta la dimora dall’aspetto mirabile”: queste sono le parole dell’epigrafe latina, murata sulla porta d’accesso al campanile, che ricordano il completamento della Cattedrale dedicata a Maria SS. della Bruna e Sant’Eustachio.
Invariato: L’originario tempio romanico-pugliese ha subito nel corso del tempo notevoli modifiche, in special modo nel corso del XVI secolo e nei primi decenni del XVIII, quando si intrapresero impegnativi lavori, dopo la visita del Cardinale-Arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini (1649-1739), divenuto papa nel 1724 con il nome di Benedetto XIII. Per volontà dell’energico Arcivescovo Antonio Maria Brancaccio, si procedette quindi alla modifica delle bifore del cleristorio in monofore, alla realizzazione del controsoffitto ligneo, alla picchettatura delle pareti e alla successiva realizzazione di stucchi da parte del napoletano Michele Santullo (1717)

SANTA LUCIA ALLE MALVE

La chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve è il primo insediamento monastico femminile dell’Ordine benedettino, risalente all’ VIII secolo, ed il più importante nella storia della città di Matera.
Una comunità che attraverso le sue tre successive sedi monacali di Santa Lucia alle Malve, di Santa Lucia alla Civita e Santa Lucia al Piano è stata parte integrante della vita di Matera seguendone lo sviluppo storico-urbanistico nel corso di un millennio.

Il fronte esterno dell’ex complesso monastico si sviluppa lungo la parete rocciosa con una serie di accessi che immettono in altrettante cavità interne. Gli ambienti della Comunità si identificano per la sua presenza, in alto scolpiti a rilievo, dalla simbologia del martirio di Santa Lucia: il calice con i due occhi della Santa.
L’entrata della chiesa, sulla destra del complesso, è evidenziata da squadrati blocchi di tufo che ne disegnano la linea terminanti con un arco acuto sul cui fondo, entro una lunetta, è posto il simbolo liturgico della Santa.

Santa Lucia alle Malve è una chiesa in rupe di notevoli dimensioni che si sviluppa in tre distinte navate che pur avendo subito pesanti stravolgimenti, dopo l’abbandono da parte della comunità monastica, ha lasciato tanti di quei segni da consentire, con un pizzico di fantasia, di ricostruirne lo sviluppo planimetrico ed architettonico.

Delle tre navate che articolando lo spazio interno, quella di destra, nella quale è l’ingresso attuale, è sempre rimasta aperta al culto, tanto che ancora attualmente nel giorno di santa Lucia, il 13 dicembre, qui si tiene una messa solenne, mentre le altre due navate furono trasformate in abitazioni e depositi fino agli anni ’50: una trasformazione che coinvolgeva quasi tutte le chiese rupestri presenti nei due rioni dei Sassi, man mano che venivano sostituite, liturgicamente, con edifici di culto eretti nel nuovo rione del Piano. Queste chiese rupestri, sconsacrante, si trasformavano in abitazioni, locali di servizio, depositi ecc. con un processo iniziato nel XVIII secolo ed andato avanti fino agli albori del XX secolo

All’origine la navata centrale doveva avere i singoli spazi liturgici con andamento ascensionale dal livello della porta d’ingresso, sino al vano absidale dove era allocato l’altare.

Il presbiterio, di tutte e tre le navate, cioè quella parte riservata solo ai sacerdoti, era racchiuso da una serie di colonne, attualmente mozzate, che scendevano dalla volta offrendo un tocco di alta suggestione accresciuta dalla mobilità della luce emessa, all’epoca, dalle lucerne ad olio.

La navata centrale era arricchita da una iconostasi, cioè quell’elemento architettonico appartenente agli spazi liturgici del culto greco ortodosso, che costituisce una divisorio tra la navata della chiesa (aula) e la parte presbiteriale, impreziosita dalle sottili colonne scendenti dalla volta e da una base arricchita da una serie di affreschi che attualmente si ritrovano, segati in squadrati blocchi che compongono un grottesco puzzle, nella struttura di una focaia che si trova nella navata di sinistra. Uno scempio avvenuto nel corso della trasformazione di parte della chiesa in abitazione.

Notevoli, nella piatta volta le cavità lenticolari che arricchiscono l’area prebiteriale: sono cupole simboliche evidenziate, nella loro dimensione, da una serie di cerchi concentrici che danno il senso della profondità.

Un discorso introduttivo è necessario per spiegare la presenza di affreschi antichissimi, alcuni addirittura di un millennio, così stupendamente conservati: essi conservano perfettamente i loro colori e i loro soggetti soltanto se eseguiti con una precisa tecnica, ben conosciuta nel territorio Materano dai molti Mastri frescanti attivi nel corso dei secoli.

Questa antica espressione artistica prevedeva la stesura di uno strato di intonaco molto umido su cui veniva appoggiato un modello in cartone o altri materiali con la sagoma del soggetto da rappresentare finemente bucherellata. Veniva poi tamponato con una pezzolina imbevuta di polvere di carbone lasciando così la traccia sull’intonaco chiaro. Questo spiega il motivo perché in alcuni casi, e spesso nella stessa chiesa, sono presenti due affreschi magari dai colori diversi ma dalla identica forma, spesso addirittura in positivo ed in negativo, in quanto veniva utilizzato lo stesso cartone come modello sagoma ma magari girato al contrario.

Successivamente l’affresco veniva definitivamente delineato e colorato, utilizzando colori ottenuti impastando calce, polvere di tufo, talvolta sostanze organiche con pigmenti vegetali derivati da fiori e piante e con polveri colorate derivata dalla triturazione di particolari minerali e terre. Tutto questo doveva avvenire però finchè il supporto era ancora umido, seccandosi infatti fissava il colore in maniera praticamente indelebile, come possiamo ancora oggi osservare.

Di grande importanza storico-artistica gli affreschi che ancora in parte decorano le pareti della navata, tornati, dopo i restauri, all’originale splendore.

La Madonna del Latte datata intorno al 1270 ed eseguita dello stesso maestro frescante che ha dipinto La Madonna della Bruna (in Cattedrale) denominato per questo Maestro della Bruna, ci mostra la Madonna che allatta il Bambino, in un gesto di tenerezza che probabilmente è rappresentato per ribadire una dimensione più vicina all’uomo di quel Dio autoritario e vendicativo come era concepito nel Medio Evo. Per non sfiorare la blasfemia il frescante ha dipinto il seno della Madonna in maniera decentrata rispetto alla reale anatomia e di piccole dimensioni.

Nella nicchia affianco, San Michele Arcangelo datato 1250, nella sua funzione di messaggero di Dio, riveste una sopraveste tempestata di pietre preziose, simbolo degli ambasciatori della corte imperiale di Bisanzio e stringe in una mano un sigillo con una croce greca inscritta. Nell’altra mano ha il labaro e sotto i suoi piedi si attorciglia il dragone rappresentante il diavolo. Una iconografia cristiano latina con elementi cristiano orientali armonicamente fusi.

Sul grande pilastro che separa la navata di sinistra da quella centrale, l’affresco di un santo con in capo la mitra e nella mano sinistra il pastorale ambedue simboli dell’autorità vescovile, datato intorno alla seconda metà del XIII secolo secondo alcuni studiosi San Gregorio, per altri San Donato, anch’esso del Maestro della Bruna.
In alto, fa capolino, il volto ascetico di un Santo ignoto, risalente alla prima metà del XII secolo. Un Santo mutilo, sopravvissuto alla riduzione della colonna quadra effettuata per l’esecuzione del sottostante San Gregorio. Una distruzione dalla quale si è salvata solo la testa, probabilmente per un atto devozionale dell’affrescante.

Nell’intradosso dell’arco, a sinistra dell’attuale ingresso, si fronteggiano San Benedetto (proprio a testimoniare l’origine benedettina del complesso), e Santa Scolastica, entrambi fondatori dei grandi ordini monastici che fiorivano in quel periodo, mentre accanto a San benedetto c’è San Giovanni Battista, il precursore del Cristo, ricoperto con la tipica pelle di cammello con in mano un cartiglio con un brano del vangelo di Giovanni. Tutti e tre gli affreschi sono datati fine del XIII secolo.

La parete della navata destra è impreziosita da un grande pannello raffigurante l’Incoronazione della Vergine, in cui il Cristo simbolicamente pone una corona sul capo della Vergine a rappresentare un momento in cui dopo il 1200 aumentava l’importanza del culto Mariano.

Ai lati in questo pannello, a destra San Giovanni Battista e San Pietro, a sinistra San Lorenzo e Santo Stefano.Nella parte superiore, a destra, la Deposizione del Cristo trecentesca in cui si nota Giuseppe D’Arimatea che ne sostiene il corpo, mentre, sulla scala, Nicodemo ne stacca il braccio sinistro dalla croce e la Vergine avvicina il braccio destro alle labbra.

A sinistra San Nicola, vescovo di Mira, nella classica iconografia tramandataci nel corso dei secoli.
Sono affreschi risalenti all’epoca angioina intorno al XIV secolo, uno stile pittorico particolare sviluppatosi nel XIII-XIV secolo in Italia nel corso delle vicende storiche che ebbero per protagonisti i componenti della famiglia francese dei d’Angio.

Al lato, Santa Lucia, protettrice della vista, datata 1610. Di seguito un San Vito con un cagnolino posto ai suoi piedi, martirizzato sotto l’imperatore Diocleziano, considerato patrono contro la corea, una malattia del sistema nervoso, detta popolarmente ballo di San Vito, una malattia che si manifesta con improvvise contrazioni e movimenti involontari bizzarri dei muscoli d’ogni parte del corpo. In un epoca nella quale la medicina non trovava rimedi curativi, ci si affidava, per la guarigione alla benevolenza di San Vito. A sinistra una seicentesca Madonna con Bambino.

SANTA MARIA DE IDRIS

La Chiesa di Santa Maria De Idris sorge nella parte alta dello sperone roccioso del Montirone (o Monterrone), nelle vicinanze di San Pietro Caveoso. La posizione è stupenda e offre un panorama unico, sulla città e sulla Gravina.
La chiesa di Santa Maria de Idris risale al Tre-Quattrocento e fa parte di un complesso rupestre che comprende anche la più antica cripta, dedicata a San Giovanni in Monterrone. Questa cripta è importante per gli affreschi che conserva e che vanno dal XII al XVII secolo. Le due chiese sono comunicanti.
Il nome del tempio – Idris – deriva quasi sicuramente dal greco Odigitria (guida della via, o dell’acqua). A Costantinopoli veniva così chiamata e venerata la Vergine Maria, il cui culto fu introdotto in Italia meridionale dai monaci bizantini. La chiesa presenta una pianta irregolare ed è caratterizzata da due parti distinte: una costruita e una scavata. La facciata, modesta e realizzata in tufo, fu rifatta nel Quattrocento, a seguito di un crollo.
E’ abbellita da un piccolo ma elegante campanile. L’interno è formato da un solo vano e presenta alcuni affreschi di discreta fattura, in parte rovinati dal tempo e dall’incuria. L’altare è impreziosito da una tempera del Seicento, che raffigura la Madonna con il Bambino; a destra sono dipinti Sant’Antonio, la Sacra Famiglia e la Conversione di Sant’Eustachio. A sinistra dell’altare si ammira un’Annunciazione, a destra una Crocifissione.

SAN GIOVANNI IN MONTERRONE

La chiesa rupestre di San Giovanni detta in “Monterrone” deve il suo nome al masso tufaceo che domina il Sasso Caveoso e il rione Casalnuovo. Le ricerche archeologiche, la datazione degli affreschi e i pochi documenti scritti datano l’originario impianto della chiesa ad un periodo compreso tra XII e XIII secolo.
Abbandonata già in tempi remoti per un lungo periodo, la chiesa fu annessa all’attigua chiesa di santa Maria de Idris a inizio ‘800; la creazione di uno stretto corridoio di collegamento tra le due chiese comportò la distruzione quasi totale di diversi affreschi in minima parte ancora visibili sul muro sinistro della navata e su alcune pietre collocate nella zona presbiterale.
Interessante la sequenza di affreschi. Entrando da santa Maria de Idris si ammira, sulla sinistra, l’affresco di Cristo Pantocratore (XII sec.) e a destra, entro una nicchia, le immagini dell’Arcangelo Michele e di san Nicola vescovo (XIII sec.). Di fronte il residuo volto di un Santo monaco (XIII sec.) e gli affreschi cinquecenteschi di sant’Onofrio e di un Giovane santo.
Nell’ambiente principale della chiesa, entro una nicchia, sono affrescate da un lato le immagini di san Giacomo Maggiore e san Pietro Apostolo (XIII sec.), quest’ultimo raffigurato con un nimbo decorato di derivazione cipriota, e dall’altro un’Annunciazione (XII sec.) sormontata dall’affresco del Battesimo di Cristo nel fiume Giordano.
Guardando l’ingresso principale si posso ammirare a destra un tardivo affresco palinsesto raffigurante i santi Giovanni Battista ed Evangelista e, a sinistra, diversi altri affreschi palinsesti con san Girolamo, un Giovane santo, il volto di sant’Andrea e parte di una Madonna con il Bambino, tutti di XIII sec.
Lungo il corridoio di comunicazione con santa Maria de Idris, isolato su un costone roccioso, vi era l’affresco di san Giovanni Battista (XIII-XIV sec.), distaccato nel 1972 su iniziativa della Soprintendenza alle Gallerie della Basilicata a causa della fatiscenza del supporto murario e dei ripetuti atti vandalici che in quel periodo, a causa dell’abbandono dei Sassi, interessavano le chiese e i luoghi pubblici degli antichi rioni.

SAN PIETRO BARISANO

San Pietro Barisano, in origine detta san Pietro de Veteribus, è la più grande chiese rupestre della città di Matera.
Le indagini archeologiche hanno permesso di individuare il primo impianto rupestre, risalente al XII–XIII secolo, al di sotto del pavimento. Con un primo intervento di ampliamento tra XV e XVI secolo, si approfondì lo scavo della chiesa e si realizzarono le cappelle laterali. Di questi interventi resta solo la parte terminale della cappella situata dietro il secondo altare della navata destra con gli affreschi di santa Caterina d’Alessandria, dell’Annunciazione, di san Canio, sant’Agostino, sant’Eustachio e san Vito. Il secondo intervento di ristrutturazione, del XVIII secolo, dette alla chiesa la forma attuale: un impianto a tre navate, una nuova facciata (datata 1755) e gli ambienti sotterranei destinati alla “scolatura” dei cadaveri. Questa pratica funebre, riservata ai sacerdoti o agli aspiranti tali, consisteva nel porre i cadaveri vestiti dei paramenti sacri entro nicchie modellate nel tufo; i resti mortali venivano rimossi solo al termine della decomposizione. Nel 1903 a causa dell’eccessiva umidità la parrocchia fu trasferita nella vicina chiesa di sant’Agostino insieme a gran parte degli arredi sacri, tra cui il fonte battesimale. Negli anni ’60 e ’70, a seguito dell’abbandono dei Sassi, gran parte delle opere d’arte furono trafugate o danneggiate.

Percorrendo la navata destra partendo dall’entrata, si trovano:
> l’altare di san Giuseppe, su cui era posta la pala della Sacra Famiglia, trafugata nel 1977 e di cui rimane parte della cornice lignea;
> l’altare della Madonna della Consolazione, con l’immagine in tufo della Madonna con Bambino incoronata dagli angeli e statue di diversi santi;
> l’altare del Santissimo Sacramento con il prezioso pavimento in maiolica.

Nella navata centrale si trovava l’altare maggiore – ligneo – datato 1771, attualmente conservato presso il deposito della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Basilicata. Visibile la cornice della pala d’altare con L’incoronazione della Vergine tra i santi Pietro e Paolo, opera dell’artista materano Giovanni Donato Oppido, datata 1603 e purtroppo trafugata nel 1977.

Nella navata sinistra, partendo dal fondo, si osservano:
> l’altare del Santissimo Crocifisso su cui era posto, entro la cornice ovale in lamina di oro ancora visibile, un Crocifisso ligneo del ‘500 attualmente collocato sull’altare maggiore della chiesa di sant’Agostino. Ai lati dell’ovale le statue in tufo della Madonna delle Grazie e di san Michele Arcangelo; in alto, la Trinità;
> l’altare dell’Annunciazione, con statue ed arredi in tufo, gravemente danneggiato dai vandali;
> l’altare di santa Maria Maddalena con statua di sant’Antonio da Padova;

Al termine della navata sinistra, nelle vicinanze dell’ingresso, si osserva la fossa utilizzata per la fusione di alcune delle campane in loco e l’ingresso del “Sancta Sanctorum”, la stanza in cui erano conservate le suppellettili liturgiche, i paramenti, i libri sacri e le reliquie dei santi. All’interno si possono osservare gli affreschi cinquecenteschi della Madonna con il Bambino e di san Donato vescovo.

“MATA MUSEO DIOCESANO

Dove nasce la città

Il MATA sorge in una area che prima era occupata da pochi edifici, soprattutto cappelle funerarie, che almeno mille anni prima ospitavano l’abbazia benedettina di Sant’Eustachio.

Al centro di questa abbazia c’era una chiesa completata nel 1084, di cui non sopravvive nulla tranne il soccorpo (cripta), cioè la parte al di sotto dell’altare maggiore. Si tratta della più antica chiesa rupestre nel perimetro urbano, oggi accessibile proprio dal Museo Diocesano. All’interno del soccorpo si possono ancora apprezzare sulle pareti delle iscrizioni che rimandano al mondo benedettino e delle tracce di affreschi che testimoniano l’utilizzo che questa struttura ebbe.
Siamo nel cuore della città medievale; Matera si struttura come città, in senso di centro abitato organizzato nelle sue varie istituzioni, proprio in questo periodo: questa è l’area dove la città è stata fondata.
Nel ‘400 i canonici presero la memoria dell’abbazia di S. Eustachio e intorno a questo santo crearono l’identità della città dal punto di vista culturale. La festa in onore di S. Eustachio è più colta, legata al mondo dei sacerdoti e dei nobili, mentre la Madonna della Bruna rimane la figura a cui il popolo è legato.
La particolarità di questo santo è che mette insieme Oriente e Occidente, confermato dal fatto che la vita del santo è stata descritta per la prima volta da S. Giovanni da Mascino (Orientale).
All’epoca l’Italia Meridionale e Matera erano a ridosso di due realtà, poiché rientravano un po’ nel polo di attrazione bizantino, un po’ in quello latino; questa occupazione è testimoniata nel museo dal Corale della cattedrale, con tutte le vicende della vita di S. Eustachio e alcune reliquie e reliquiari anche del figlio, S. Agapito. (S.Eustachio & Soci: denominazione latina della famiglia di S. Eustachio, che è tutta protettrice della città).
L’identità cittadina è stata costruita anche intorno alla figura di S. Giovanni da Matera, santo nato a Matera nel 1070 e riscoperto quando le spoglie vennero traslate da Pulsano a Matera nell’800. Inizia da qui il viaggio nella Storia e nell’identità culturale della città di Matera e dell’Arcidiocesi, per arrivare fino ad oggi, attraverso storie, oggetti e persone che nel Museo finalmente si mostrano a materani e turisti.

“ANTICA CASA GROTTA DI VIA FIORENTINI/VISITA SASSI IN MINIATURA

L’antica Casa Grotta di Via Fiorentini rappresenta, fedelmente, il modus vivendi di una tipica famiglia materana, fino agli anni ’60, nel corso dei quali la stessa, è stata abbandonata.
Il sito è stato ammobiliato con complementi di arredo originari dell’epoca. Molta cura è stata posta nell’allocazione di tali elementi, tant’è che, di primo acchito, l’impressione che riceve il visitatore è di quella di un ambiente in uso e non quella di un sito che riproduce una domus tipica della civiltà contadina materana.

PALOMBARO

Il sistema di raccolta dell’acqua piovana che nel corso dei secoli ha rappresentato una peculiarità di Matera ha fatto sì che l’UNESCO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – abbia deciso nel 1993 di far entrare la Città dei Sassi nella propria lista di siti storici da tutelare. Il bisogno di conservare l’acqua, bene prezioso, ha generato la creazione di un sistema idrico capace di portare l’acqua per quasi tutta la città, conservandola allo cisterne naturali comunicanti tra loro.
Soprattutto nei Sassi, sono tantissime le cisterne, sebbene occorra distinguere le “cisterne private” dal “sistema di raccolta di acqua pubblica”; ogni casa- grotta nei Sassi, infatti, era provvista di almeno una cisterna privata per poter soddisfare i bisogni familiari. A queste si aggiungevano i “Palombari”, che erano cisterne molto capienti e di forma diversa dalle precedenti alle quali si poteva accedere  Pubblicamente.